Bagaladi (Borgo)
(Reggio Calabria)
  
  
  Video - Video 2


Immerso nel verde degli uliveti, Bagaladi è situato su una collina ai piedi del Monte Sant’Angelo, a circa 450 metri s.l.m., ed è una delle due porte di accesso al Parco Nazionale d’Aspromonte.

Gli storici locali avanzano l’ipotesi che il centro sia stato fondato dopo il X secolo, in considerazione del fatto che il territorio di Bagaladi, Valle Tuccio, ospitava, secondo quanto tramandato dalle fonti storiche, numerosi monasteri basiliani: la Badìa di San Teodoro in prossimità dell’attuale centro abitato; il Monastero di S. Angelo e quelli di S. Fantino e S. Michele.

Il borgo si adagia ai piedi di Monte Sant’Angelo, così chiamato per l’esistenza del monastero di San Michele Arcangelo, l’Archistratega. Nell’XI secolo il centro monastico, detto anche ta Kampa “i Campi”, era così importante da vantare il titolo di archimandritato.

Nella sua chiesa si conservarono, fino nel XVII secolo, le reliquie di San Gerasimo, un monaco morto nella valle il 25 Aprile 1180. Potrebbero provenire da questo edificio sia l’icona della Madonna con Bambino e San Gerasimo, sia la scultura di San Michele, (oggi custodite nella Fondazione del Piccolo Museo San Paolo di Reggio Calabria) databili, la prima tra Quattro e Cinquecento, e la seconda al XVII secolo. Dal Tardo Medioevo fino al 1806, Bagaladi fu compreso nel feudo di Amendolea.

Bagaladi conserva due pregevoli scultore marmoree: il gruppo dell’Annunciazione della Vergine, commissionato nel 1504 ad Antonello Gagini dal presbitero greco Iacopo Virducio ed un Crocifisso, riferibile molto probabilmente alla medesima bottega. Le opere furono trasportate nel 1908 dalla chiesa dell’Annunziata alla chiesa parrocchiale dedicata a San Teodoro, il santo guerriero che, insieme a San Giorgio e l’Arcangelo Michele, proteggevano i bizantini di Valle Tuccio dagli Arabi.

Le origini dell'abitato sono state ipotizzate come legate alle invasioni saracene. La forma ortografica attuale deriva dalle forme più antiche (seicento) Badaladi che sono formate sul nome della famiglia Bagalà e il suffisso -adi (suffisso della lingua greca calabrese aggiunto alla fine dei toponimi per indicare che sono possesso di una famiglia). "Bagaladi" significa la terra della famiglia Bagalà. Bagalà proviene dall'arabo "“Baha’ Allah" ("La Bellezza che viene da Dio") e potrebbe indicare che il capostipite dei Bagalà era saraceno. 

La nascita di Bagaladi è pure legata all'insediamento di monaci basiliani, i cui monasteri anche in altri casi diedero origini a successivi centri abitati; nella valle del Tuccio, infatti, le fonti storiche testimoniano la presenza di diversi monasteri, eretti tra il IX ed il X secolo (San Michele, San Teodoro, San Fantino).

Bagaladi ebbe un peso notevole in epoca normanna ed in epoca sveva, per una serie di privilegi feudali accordati. Alcuni documenti del periodo normanno, confermano l’esistenza di possedimenti nella Vallata del Tuccio sin dal 1095 che successivamente furono donati all’Archimandrita del San Salvatore di Messina. 

Nel secolo XIII gli Angioini annoverano la Vallata del Tuccio fra le sei signorie ecclesiastiche calabresi che diventò quindi feudo, compreso nella baronia di Guglielmo di Amendolea. In un secondo tempo il feudo passò agli Abenavoli e a Bernardino Martirano per essere poi acquistato dai Mendoza che nel 1624 lo vendettero ai Ruffo di Scilla i quali lo tennero fino all’eversione napoleonica del 1806.

Durante i primi anni del Novecento Bagaladi era diventato un grande centro dell'Aspromonte e crebbe non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista demografico. Successivamente, soprattutto dopo le guerre, si verificò una forte emigrazione dei bagaladesi verso Reggio Calabria, il Nord dell'Italia e anche verso l'estero (Francia, Germania e Nord America soprattutto). Questo flusso migratorio continua ancora oggi, interessando tutte le fasce della società. Così oggi Bagaladi può contare su suoi discendenti in molti Stati di diversi continenti, che continuano a portare il loro paese d'origine sempre nel loro cuore.

Scoprire il centro storico

Camminando per le viuzze del borgo, che confluiscono tutte nella piazza centrale, incontriamo la chiesa di San Teodoro e della Santissima Annunziata, edificata nel 1933 in sostituzione delle due chiese distrutte dal terremoto del 1908. Essa custodisce al suo interno due opere: lo straordinario gruppo marmoreo dell’Annunciazione, realizzato nel 1504 da Antonello Gagini con il marmo bianco di Carrara e un crocifisso marmoreo del 1500. Rilevanti anche le antiche campane che pare siano state rinvenute tra le rovine di una delle laure dei santi eremiti di Valle Tuccio.

Da visitare anche Palazzo Pannuti, Palazzo Misiano, il centro storico e nei dintorni i mulini ad acqua, i frantoi e le case coloniche databili tra ‘700 e ‘800.

Fiore all’occhiello del borgo è l’antico Frantoio Iacopino oggi Porta del Parco Nazionale dell’Aspromonte, frantoio tra i più importanti della zona nonché il primo a utilizzare l’acqua come forza motrice. Totalmente ristrutturato, ospita oggi al suo interno il museo dell’olio, che custodisce un prezioso frantoio grimaldiano con ruota idraulica il cui funzionamento viene illustrato da un esperto.

Per chi volesse apprendere gli elementi base dell’arte della tessitura una guida si siederà all’antico telaio e ne darà dimostrazione pratica.

Presso la Porta del Parco è disponibile un centro informazioni dove vi è la possibilità di scoprire i sentieri che portano alla scoperta dei ruderi degli antichi cenobi dei santi italo-greci.

Vi è inoltre una bottega artigiana dove si lavora la creta come da antica tradizione e dove si possono ammirare e acquistare prodotti fatti a mano.

Costeggiando la fiumara di Melito, che il geografo Idrisi ricorda percorsa dal Wadì al ‘asal, “la fiumara del miele”, il paesaggio lascia i prati per riempirsi di rigogliosi uliveti, i quali, insieme alle api, hanno fatto la fortuna della valle, chiamata anche del Tuccio. Questa terra è animata da piccole frazioni dai nomi greci (Chorio, Prunella, Musupuniti) e dai nomi di santi venerati in tutto l’oriente bizantino: San Pantaleone e San Fantino, due martiri del IV sec. d.C.. Il primo nato in Turchia, il secondo sulla piana di Gioia Tauro. Oriundo del luogo, e precisamente di Chorio di San Lorenzo, era invece San Gaetano Catanoso, l’ultimo uomo pio della valle, morto nel 1963.

Fonte: