Shahr-I Sokhta
Iran

 PATRIMONIO DELL'UMANITÀ DAL 2014

 

Costituisce ancora oggi uno dei misteri del Mondo Antico e non c’è anno in cui non stupisca gli archeologi del mondo con nuove scoperte: è la Città Bruciata, un’altra delle attrazioni uniche al mondo di quella terra di meraviglie che è l’Iran. È uno dei siti archeologici più grandi e più ricchi dell’Era del Bronzo e si trova a sud-est della provincia iraniana oggi chiamata Sistan-Baluchestan.

Situata vicino alla città di Zabol, la Città Bruciata ricopre un’area di oltre 300 mila ettari, e non a caso attrae come una sorta di santuario degli archeologi, studiosi e scienziati da tutto il mondo da quasi un secolo.

Fondata nel 3200 a.C., la città cadde in rovina nel 2100 a.C. dopo essere stata bruciata per ben tre volte e dopo che nessuno ha voluto più ricostruirla.

Quattro civiltà l’hanno popolata e i reperti dimostrano che una volta era così suddivisa: la parte a nord-est era costellata di distretti residenziali mentre le altre parti erano adibite ad aree industriali, a un grande cimitero e a edifici religiosi.

In realtà non esiste una teoria affermata e collettivamente accettata sulle civiltà che popolarono la Città Bruciata. Alcuni pensano che la città, considerata la sua estensione, fosse la capitale di una antica e fiorente civiltà che visse oltre mille anni sulla riva del fiume Helmand e che aveva relazioni commerciali, politiche e sociali con altre città importanti del tempo allora conosciute.

In ogni caso, è quasi certo che la prima generazione che visse nella Città Bruciata, stabilì contatti con gli abitanti dell’est e del nord-est dell’Antica Persia, l’Asia Centrale e Quetta, oggi capoluogo di provincia della parte pakistana del Baluchistan.

I sigilli scoperti nella Città Bruciata, simili in tutto e per tutto a quelli ritrovati nell’isola di Mishmahig in Bahrain, in Kuwait e a sud di Khvarvaran in Iraq, suggeriscono che anche la seconda generazione della città continuò ad avere scambi rilevanti con i propri vicini.

Per quanto riguarda la terza e la quarta generazione degli abitanti della Città, si pensa che concentrarono le reazioni con le regioni a nord e a est del loro territorio per poi ridurre sempre più anche queste.

Durante la sua esistenza, questo antico luogo è stato uno dei centri vitali della civiltà asiatica dell’Età del Bronzo, praticamente un importante centro di convergenza per molte delle civiltà preistoriche più importanti come quelle persiane, mesopotamiche, indiane e cinesi.

Nonostante sia un sito di grande interesse archeologico internazionale, ci sono ancora alcuni enigmi che circondano il grande sito. Innanzitutto, la città sembra comparire nel corso della storia dal nulla. Alcuni studiosi attribuiscono la sua fondazione alla cultura Jiroft, ma è questione molto dibattuta.

In secondo luogo, anche la sua scomparsa sembra essere improvvisa, ma anche catastrofica. Nel corso della sua storia, infatti, la città è stata incendiata per ben tre volte, cadendo definitivamente in rovina dopo l’ultimo incendio, quando fu deciso di non ricostruirla più. È possibile che il suo nome sia correlato a questi eventi sconosciuti e devastanti.

Poiché gli scavi archeologici non hanno portato alla luce nessuna arma, fortezza difensiva o mura di cinta per la difesa della città, molti studiosi ritengono che gli abitanti della città fossero un popolo pacifico, mai coinvolto in guerre o battaglie di sorta.

Lo studioso britannico Orwell Stein fu il primo a rivelare l’esistenza della città misteriosa nel 1915. Una squadra di archeologi italiani, dell’Istituto per gli Studi Orientali e del Medioriente iniziarono gli scavi nella zona nel 1960. Gli italiani portarono alla luce oltre 200 tombe prima che il loro progetto venisse interrotto alla fine degli anni ’70.

Nel 1997, gli esperti dell’Organizzazione per il Patrimonio Culturale iraniano hanno ripreso gli scavi nell’antico sito dopo 18 anni di sosta. Gli iraniani iniziarono ad esaminare le zone più colpite dai fatali incendi e più tardi, nel 1999, estesero gli scavi pure alle aree residenziali.

Gran parte delle aree scoperte risalgono allo spazio tra il 2700-2300 a.C. ed hanno riportato alla luce centinaia di oggetti ed utensili che sono stati sottoposti allo studio dei ricercatori dell’ICHTO, l’Organizzazione iraniana per il Patrimonio Culturale, l’Artigianato ed il Turismo.

Tra le molte scoperte, quelle più significative riguardano lo stile architettonico degli edifici della città, come un tratto di muro spesso circa 90 cm, sulla cui superficie poggiavano pezzi orizzontali di legno coperti con fango e malta. Si pensa che tale tecnica servisse per rafforzare le strutture edilizie per far fronte ai terremoti, ma questo particolare architettonico non è ancora del tutto spiegato.

Sono stati rinvenuti anche i resti di molti laboratori industriali, per non contare tutti gli artefatti scoperti come piatti in pietra, terracotta e vari pezzi di stoffa. I ritrovamenti fanno pensare che gli abitanti di Shahr-I Sokhta fossero abili falegnami, cacciatori e tessitori. Inoltre, erano anche esperti in metallurgia, come suggeriscono i ritrovamenti metallici nel sito.

Uno degli artefatti più significativi portati alla luce dagli archeologi italiani nel 1983 è un calice decorato color crema sul quale si pensa sia stata realizzata la più antica animazione del mondo. Cinque immagini consecutive disegnate attorno al calice ritraggono una capra che si muove verso un albero e mangiarne le foglie.

Le immagini combinate sono considerate il più antico cartone animato conosciuto della storia. Il regista iraniano Mohsen Ramezani ha girato un documentario di 11 minuti intitolato The Tree of Life, nel quale ha utilizzato le illustrazioni del calice per mostrare il movimento della capra. L’immagine della capra è poi diventata il logo della ASIFA, l’Associazione iraniana per i Film d’Animazione.

Nel Dicembre 2006, però, gli archeologi hanno trovato un’altra cosa che ha lasciato di stucco il mondo intero inducendo gli studiosi a fare nuove teorie sul grado di sviluppo e la raffinatezza della civiltà che popolò la Città Bruciata.

Si trattava di un bulbo oculare artificiale: la primo protesi all’occhio utilizzata dall'uomo. L’occhio artificiale apparteneva allo scheletro di una donna di 1.82 cm, una donna che era quindi molto più alta di quelle normali del suo tempo e che sarebbe vissuta tra il 2900 ed il 2800 a.C.

Ebbene, il bulbo oculare aveva una forma emisferica con un diametro di poco più di 2,5 cm ed era stata fatta di materiale molto leggero. La superficie era coperta con un sottile strato d'oro, inciso con un cerchio centrale per rappresentare la pupilla. L'occhio veniva tenuto fermo con un filo d'oro, che passava attraverso piccoli fori realizzati su entrambi i lati dell'occhio. Studi microscopici hanno dimostrato che il bulbo oculare veniva indossato dalla sua proprietaria in vita.

Ma non è l’unica scoperta incredibile sulle capacità degli abitanti della Città Bruciata nel settore della medicina.

Un’altro scheletro ritrovato ha rivelato che gli abili medici del tempo avevano condotto un intervento chirurgico per curare un problema di idrocefali contratto da una bambina di 13 anni.

Tra gli altri oggetti preziosi che il sito ha dato alla luce vi è il più antico Backgammon del mondo, con tanto di dadi e semi di cumino usati per giocare, nonché numerosi reperti che testimoniano la bravura degli abitanti della città nella lavorazione dei metalli.

L’altra avvincente ed allo stesso tempo misteriosa attrazione del sito è il palazzo di 17 stanze scoperto nel 1999, un palazzo che doveva essere un luogo pubblico per via delle sue larghe scalinate e per via dei sigilli, dei pezzi di stoffa e degli utensili di legno e metallo che contiene.

Nei dintorni della città vera e propria, inoltre, sono stati trovati altri 100 centri che secondo gli studiosi sono i villaggi che circondavano la città principale.

Anche se oggi il clima della regione è secco ed arido, gli esperti dicono che al tempo dell’esistenza della città il clima era fresco e moderato e la vegetazione era rigogliosa ed erano diffusi alberi come il salice piangente, l’acero e il pioppo bianco.

La prima fase degli scavi ha portato alla luce tubature idriche sotterranee di argilla che attraversano in lungo ed in largo tutta la città e gli studi hanno mostrato che il fiume Helmand e suoi molti rami irrigavano le piantagioni della città.

Gli esperti stimano intorno a 20.000 le tombe presenti nel cimitero della città, scoperto per la prima volta nel 1972. Le tombe hanno dato il maggior numero di informazioni sullo stile di vita e la società di questa antica e sconosciuta civiltà.

La tomba più antica trovata appartiene ad una donna di 60 anni. Intanto, gli studi hanno dimostrato che la femmine della Città Bruciata vivevano molto di più dei membri maschi della loro Comunità. Nel giugno del 2009, gli archeologi iraniani hanno annunciato che gli uomini della città morivano tra l'età di 35 e 45 anni, mentre le donne di solito superavano gli 80 anni. 

L’altra scoperta sulle donne è che alcune di loro hanno al dito degli anelli con dei segni di riconoscimento, che probabilmente indicano la dinastia nobiliare o il ruolo politico o sociale svolta dalla donna in questione. Ad ogni modo, l’insieme dei reperti ritrovati non lascia perplessità sul fatto che le donne, in quella civiltà, avevano un ruolo del tutto particolare.

Gli studi archeologici ci aiutano ad immaginare la Città Bruciata come una raffinata città di agricoltori ed artigiani che avevano trasformato la loro terra in un importante centro industriale ed artistico. I gioielli e gli accessori di bellezza considerevole trovati nel sito testimoniano la creatività degli artigiani e soprattutto il raggiungimento di tecniche avanzate per la lavorazione dei metalli e degli altri materiali.

Nelle tombe sono state ritrovate collane d’oro nelle quali sono state incastrate pietre preziose azzurre; l’esame attento dei gioielli ha rivelato che le lame usate dagli orefici per tagliare il metallo prezioso avevano uno spessore di meno di un millimetro.

Un numero di pentole sono state rinvenute con tracce di vernice, suggerendo che la gente della Città Bruciata ci sapeva fare anche con la pittura dei vasi di Creta. In genere, sono tante le ciotole, le tazze e le brocche d'acqua di terracotta ritrovate.

Tenendo presente che gran parte degli accessori e dei vasi ritrovati nel sito si trovavano nelle tombe, gli archeologi dicono che gli abitanti della Città Bruciata credevano nella vita oltretomba e per questo venivano sepolti con vestiti, posate, utensili, per non rimanere senza nella vita dell’aldilà.

In alcune tombe sono state ritrovate pure tracce di aglio e secondo alcuni archeologi, come avveniva in altre civiltà, anche questa gente pensava che l’aglio allontanasse gli spiriti maligni. L’area tombale veniva inoltre coperta con frammenti di vasi, come se questo venisse usato per fare una sorta di pavimentazione.

I diversi tipi di vasi di terracotta, gli utensili di pietra, le stuoie di paglia, i tessuti e i mosaici scoperti mostrano che la Città Bruciata erano un centro industriale rilevante del suo tempo. Gli studiosi stimano che fossero 12 le fabbriche nell’area della città principale. Gli studi condotti sui denti degli scheletri ritrovati rivelano che gli artigiani della città usavano abitualmente i denti come utensile per la tessitura di cesti ed altri oggetti artigianali prodotti con le canne che sorgevano sulla riva del lago Hamoun.